Automatizzare con l’iA farà perdere posti di lavoro, ma dovremmo stare attenti ad usarla nelle professioni creative, il premio Nobel per l’Economia 2024, Daron Acemoglu

“La rete di sicurezza sociale aiuterebbe a far sì che le persone che perdono il lavoro non soffrano eccessivamente. Ma se si punta sull’intelligenza artificiale come tecnologia di automazione, si creerà una vera e propria rivoluzione.” È un avvertimento chiaro quello che arriva da Daron Acemoglu, vincitore del Premio Nobel per l’Economia 2024, da anni impegnato a studiare l’impatto delle tecnologie sul lavoro e sulla distribuzione del reddito. Secondo l’economista del MIT, l’avanzata dell’IA non è solo un’opportunità tecnica, ma una svolta che pone interrogativi urgenti di natura economica, sociale e politica.

“Non si può evitare”, ammette Acemoglu, riferendosi al processo di automazione. “E non sto dicendo che non dovremmo automatizzare nulla. Ci sono molte cose che sarebbe utile automatizzare, sia dal punto di vista della produttività, sia da quello delle cose che facciamo che non sono così utili, così significative.” L’economista cita come esempio proprio la contabilità meccanica: “Chi ama la partita doppia? Le macchine possono farlo per noi, fantastico.”

L’automazione, insomma, non è il nemico. Ma il rischio, sottolinea Acemoglu, è che venga spinta troppo oltre, senza discernimento. “Ci sono innumerevoli cose che rappresentano applicazioni molto interessanti del giudizio umano, della creatività, di una sorta di competenza, e dovremmo pensarci due volte prima di eliminarle”, afferma. “Soprattutto prima di trovare un modo per ottenere dalle macchine un lavoro simile in modo davvero produttivo.” Il punto non è opporsi al cambiamento, ma scegliere come guidarlo. “Dovremmo invece chiederci: c’è un modo per aiutare questi lavoratori?”

Per Acemoglu, il cuore della questione sta nel tempismo delle politiche pubbliche. “A monte, non a valle”, insiste. La protezione dei lavoratori e la redistribuzione dei benefici dell’automazione non devono arrivare come rimedi tardivi a danni già avvenuti. “Serve agire prima, non dopo. Bisogna costruire strumenti di supporto, formazione, inclusione, prima che l’automazione stravolga il mercato del lavoro.”

L’economista propone quindi un modello di sviluppo tecnologico che non sacrifichi la dimensione umana sull’altare dell’efficienza. “Le tecnologie non sono neutrali”, ha più volte sostenuto. “Sono il frutto di scelte politiche, industriali e sociali. E possono essere orientate.” Non si tratta, dunque, di arrestare il progresso, ma di domandarsi a chi giova, chi lascia indietro e come si può redistribuire in modo più equo ciò che produce. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è pronta a trasformare profondamente la struttura del lavoro, le sue parole suonano come un invito pressante a riscoprire il valore dell’umanità dentro l’economia.

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